In Sicilia l’arte della ceroplastica è stata tra le migliori espressioni di quell’artigianato artistico che ha permesso alle produzioni di arte decorativa di far gravitare l’Isola in un ambito internazionale per la ricercatezza dei manufatti, per il forte realismo drammatico ed espressivo e per la bellezza compositiva d’insieme. Chi si espresse al meglio in questo campo fu Gaetano Giulio Zummo, nato a Siracusa nel 1653 e morto a Parigi nel 1701, il più famoso ceroplasta siciliano, le cui opere sono oggi custodite nei Musei di Firenze e Londra; ma non si possono tacere i nomi della palermitana Anna Fortino e del messinese Giovanni Rosselli, attivi tra Sei e Settecento, le cui opere si conservano rispettivamente al Museo Diocesano di Palermo e al Museo Regionale della Città dello Stretto.
E’ notorio che la ceroplastica fu tra le tecniche usate per riprodurre soprattutto soggetti sacri: figure di santi, presepi, bambinelli o la vergine Maria, ma anche la natività o episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento. La loro realizzazione spesso avveniva all’interno di monasteri femminili dove si sviluppò una vera e propria produzione di composizioni polimateriche,con figure a solo o scene più complesse, protette da campane in vetro o da strutture lignee, dette scarabattole o “scaffarate”.
Ad Erice l’esecuzione di tali composizioni fu prerogativa delle suore carmelitane di Santa Teresa, monastero fondato nel 1701. Le loro creazioni, che rimandano all’antica e preziosa cultura presepiale trapanese, sono spesso ingenue e gradevoli manifestazioni devozionali che riproducono immagini sacre per il culto privato donate spesso in occasione di matrimoni alle nuove coppie.
Questa produzione di strutture “in piccolo” che avevano come soggetto i Santi più venerati, la Madonna sotto vari titoli, ma soprattutto Gesù Bambino, furono realizzate all’interno del convento ericino dal XVIII secolo al primo trentennio del XX. Nell’ultimo periodo, quando ormai il monastero era passato allo Stato, le ultime suore lavorarono - come il popolo dell’antica Monte San Giuliano ricorda ancora oggi - tra le mura dell’orfanotrofio San Carlo, dove avevano trovato ricovero.
Le mostre del 2004 e del 2005 ad Erice hanno proposto all’attenzione degli ericini, dei trapanesi, dei siciliani, dei turisti tutti, le peculiari composizioni chiamate “Bammini”, dove Gesù appena nato è presentato a figura singola, circondato da decori floreali e strutture architettoniche dai tenui colori pastello, ed atteggiato in diverse pose: da quella dormiente entro una culla, a quella benedicente, con globo in mano secondo l’iconografia del Salvator Mundi. Non manca, poi, la rappresentazione del Figlio di Dio attorniato dai simboli della Passione, strumenti che anticipano l’immolazione dell’Agnello per la redenzione dell’umanità o il Bambino in vesti da ortolano, altra anticipazione dell’episodio evangelico narrato da Giovanni (20,15-18) e relativo all’apparizione di Cristo risorto a Maria Maddalena.
La stilizzazione delle varie scenografie in cui il Bambinello è inserito, con soluzioni decorative che spaziano dal Rococò, al Neoclassico, al Neogotico, ha permesso di poter datare le opere selezionate in un ambito cronologico che va dalla fine del XVIII secolo agli inizi del XX.
Il simbolico accostamento degli elementi floreali, rientra nella rappresentazione della natura in forma idealizzata, allo scopo di darle una vita senza fine, nell’intento di riprodurre l’immagine di quel Paradiso perduto, del “recinto del Signore”, da cui l’uomo, dopo la Colpa, fu allontanato. La stessa presenza dei fiori non è casuale, ma fa riferimento ad un linguaggio simbolico, oggi forse incomprensibile, che interpreta i frutti della natura secondo ben specifici significati. La passiflora, simbolo di fedeltà, la dalia, segno di riconoscenza, i piccoli crisantemi, emblema del dolore, le campanule, metafora di ubbidienza e remissività, i garofani, i cui semi, ossia i chiodi, rimandano alla crocifissione, sono tra le essenze spesso abbinate a Gesù Bambino, espressione dei sentimenti della devota committenza, ma anche allegorici rimandi alla vita di Cristo. Tali elementi floreali, realizzati ora in seta, ora in carta, ora con la stessa cera, ma anche in pasta d’amido, sono in tenui tinte pastello, cromie che sopravvivono in un'altra tradizionale arte ericina: quella della pasticceria. I cuori in marzapane, i dolci in pasta di mandorle sono ancora oggi decorati con fiori, foglie, fiocchi e riccioli che sembrano essere direttamente mutuati dalle opere in cera testimoniando un’influenza tra creazioni artistiche distanti tra loro, ma accomunate dalla medesima resa cromatica e, perché no, anche formale.
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