Quello delle vergini benedettine fu il primo ordine monastico ad insediarsi ad Erice. Nel lontano 1290, infatti, il conte Enrico Chiaramonte decise di cedere il palazzo dove risiedeva in quanto Carlo d’Angiò, concedendogli la grazia, aveva messo fine all’esilio ericino e aveva cancellato il suo “delitto di fellonia”, cioè l’accusa di alto tradimento. Il monumentale complesso visibile ancora oggi era in origine di più modeste dimensioni; bisognerà attendere il 1588 quando, in seguito all’acquisizione di case limitrofe, avverrà l’inglobamento, nel giardino, di una strada che lo separava dai nuovi ambienti permettendo all’edificio di poter ospitare sino a 50 suore.
Le monache benedettine, in genere, provenivano dalle famiglie nobili del monte e perciò portavano ricche doti o in denaro o in terreni; di conseguenza la situazione economica del monastero era molto florida. Le benedettine erano ancora presenti ad Erice nel XIX sec.; dopo il 1866, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi da parte del nuovo Regno d’Italia, si concesse la permanenza delle suore nell’edificio fino all’estinzione della comunità.
Nel 1913 circa, quando ne rimanevano ancora tre, ultraottantenni, fu stilato l’atto di consegna dei locali al Comune da parte del Fondo per il Culto. Negli anni successivi il Comune utilizzò i locali per ospitare profughi della I guerra mondiale, poi a poco a poco l’interno venne abbandonato e devastato… Neanche la chiesa ebbe una sorte migliore; infatti, mentre in un primo momento restò aperta al culto, poi fu spogliata di tanti arredi pregevoli e negli anni quaranta del secolo scorso fu affidata ai padri cappuccini che la utilizzarono non solo per le riunioni di Azione Cattolica, ma anche come campo sportivo!... Nel 1956 il Comune retrocesse i locali al Fondo per il Culto; nel frattempo il monastero e la chiesa, senza manutenzione, si erano deteriorati sempre più e, ancora, negli ultimi decenni, non si è fatto più nulla tranne, alcuni anni addietro, un certo riassetto del tetto della chiesa. Recentemente, la parrocchia ha ripulito la zona dei ruderi del monastero rendendo così visitabili il giardino e l’orto, l’ambiente del forno, la cripta ubicata in corrispondenza dell’altare maggiore della chiesa e quello che era il parlatorio delle suore da dove esse, attraverso le grate, avevano i contatti con l’esterno. In questi mesi, grazie ad una piccola somma concessa dalla Soprintendenza e ad un mutuo della parrocchia, si sta realizzando un intervento strutturale che dovrebbe consentire tra poco tempo la riapertura della bellissima chiesa che, nonostante tutte le vicissitudini, conserva ancora parte del suo apparato decorativo.
La chiesa risale all’inizio del XIV sec.; durante lavori di rifacimento eseguiti nel ‘600 emerse, sotto un dipinto “a fresco”, la data 1302. Di quel primo periodo restano oggi solo delle tracce architettoniche esterne dato che nel 1664 i lavori riguardarono l’intera struttura interna finalizzata anche all’allargamento dell’ambiente.
Nel 1711 la nuova chiesa fu consacrata dal vescovo di Mazara Castelli. Fu poi nel 1794 che Pietro dell’Orto la adornò di stucchi e rabeschi. ( Il dell’Orto lavorò ad Erice anche a S. Teresa e a S. Giuliano).
Gli altari erano 6: Il primo altare a dx era dedicato al SS. Crocifisso “spirante”, statua in legno. Il Di Marzo lo attribuisce ad un “artista ericino”, ma nel “rollo delle scritture del monastero” risulta che l’artefice fu il trapanese Pietro Orlando. Oggi l’opera si trova al Museo comunale. Il secondo altare presenta tutt’oggi una statua in stucco di S. Benedetto di autore ignoto (forse dell’Orto?). In Chiesa Madre i è conservato il Pastorale in argento che adornava questa statua. Sull’altare principale si trovava la “vaga custodia” in marmi mischi che fu poi trasportata in Chiesa Madre su disposizione dell’ arc. Spatafora ed esposta nella cappella De Scrineis; la decisione del suo trasferimento, avvenuto di fretta e furia, fu dettata dal timore dell’arrivo del messo del vescovo di Trapani che aveva deciso di inserirla in un nuovo ambiente fuori Erice; da un suo particolare è stato ricavato il logo del Museo. Il I altare a sn era quello di S. Francesco di Paola con una statua in legno a mezzo busto; fu istituito da Giovanni Antonio Palazzolo, Barone di Rocca di Giglio. Egli fu il committente della statua di cui si ignora l’autore, abbellì l’altare e lo fornì di arredi e sacre reliquie. Alla base dell’altare vi era la sepoltura della famiglia e sopra la nicchia del santo lo stemma nobiliare dei Palazzolo. Il mezzo busto fu sistemato per parecchio tempo nell’androne di ingresso del museo “Cordici”; successivamente fu relegato in un ambiente del Convitto Sales dove lo ha “riscoperto” la dott.ssa Cassata qualche anno fa; restaurato in Sovrintendenza da Tommaso Guastella, oggi è visibile nella vicina chiesa intitolata a S. Alberto. Sul II altare a sn si trovava la statua in marmo di Nostra Signora del Soccorso di autore ignoto, oggi nell’androne del Museo comunale. Nel piedistallo sono visibili 3 bassorilievi: un uomo genuflesso che il Castronovo afferma essere S. Giuseppe con gli occhi rivolti ad un angelo, ancora S. Giuseppe – sempre secondo il Castronovo – “prono” cioè inginocchiato dinanzi a Maria, e ancora una monaca benedettina genuflessa con una corona tra le mani. L’epigrafe sottostante recita: Mad. D.a Antonella Giandi trapani Palermo 1549 Infine, a sn dell’altare maggiore, dentro il cappellone, vi era l’altare di Marta e Maria Maddalena, con un’opera in olio su tela del Carrera, che oggi si trova al Museo comunale Cordici.
Dopo il 1915, e dopo l’esodo delle ultime tre suore, la chiesa rimase aperta al culto perché il vescovo Mons. Raiti vi trasferì il culto delle SS. Quarantore che continuò sino al 1935; poi la chiusura, l’incuria ed il degrado.
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