
Erice affonda le sue radici in tempi assai lontani. E’ ritenuta concordemente città Elima, ma non sarebbe improbabile che un primo centro abitato sul monte – lungo le cui pendici peraltro sono stati rinvenuti resti di numerose stazioni neolitiche – esistesse fin dall’epoca dei Sicani che, secondo la testimonianza di Timoteo riportata da Diodoro Siculo, “dimoravano sulle alte vette dei monti ed adoravano Venere Ericina”. Tale ipotesi, oltre che al riferimento alla Dea ericina espresso, sia pure in epoca relativamente tarda, dai due storici dell’antichità, sembra confortata secondo alcuni studiosi, dall’omonimia fra alcune città della Sicilia occidentale e altre della Liguria, regione popolata da tribù di stirpe mediterranea affine a quella Sicana: Entella in Sicilia (oggi Contessa Entellina), Entello (fiume) in Liguria; Segesta e Segesta; Erice e Lerici; E’ certo comunque che la vetta dell’Erice fu abitata e potenziata dagli Elimi, popolazione di probabile origine anatolica, profughi troiani secondo studi più recenti. Essi fortificarono Erice (VIII sec. a.C.) e la resero centro religioso del loro territorio che si estendeva da Erice medesima a Segesta (centro politico) fino a Panormo e, verso l’interno della Sicilia Occidentale, ad Entella (presso l’attuale Contessa Entellina, in provincia di Palermo, a 14 Km. da Corleone): Per quel che riguarda il culto della Dea che da Erice trasse poi l’attributo toponomastico, nessun sito più adatto del monte poteva trovarsi. Immensa ara naturale isolata e protesa massicciamente verso il cielo, ravvolta spesso da nuvole bianche che sembravano celare il mistero dell’abbraccio tra Terra e Cielo. Il santuario, che Fenici-Cartaginesi, buoni alleati degli Elimi, dedicarono alla loro Astante, richiamò grandi folle di stirpi diverse. Erice divenne centro religioso non solamente del paese elimo, ma anche di tutti i popoli del Mediterraneo. Il grande fuoco che splendeva all’interno del sacro “thémenos”, indicava a tutti i naviganti la via o la meta. Alla divinità dell’amore celebrata nel suo interno fu anzi affidata la tutela del canale fra Erice e Cartagine. Ma l’importanza strategica di Erice non sfuggì ai primi popoli: fortificato il tempio, il centro abitato, accessibile soltanto dal versante occidentale, era stato già fortificato dagli Elimi, ma i Cartaginesi rinforzarono tale cinta muraria per renderla di ancor più difficile espugnazione. Nella lotta condotta dagli Elimi e dai Cartaginesi contro l’espansione ellenica nella Sicilia Occidentale, dove già sorgevano le colonie di Selinunte ed Imera, Erice divenne quasi una avamposto di Cartagine. Il possesso del monte e del suo santuario fu garanzia certa di dominio su tutta la provincia. I tentativi di conquista del monte e del suo territorio ebbero quasi sempre infelice esito: nel 508 a.C. Dorieo, spartano, ne tentò inutilmente l’espugnazione ed il mancato possesso di Erice non gli consentì la conservazione del territorio già conquistato. Nel 398-397 cadde alternativamente in possesso dei Cartaginesi e dei Siracusani di Dionisio durante la guerra che culminò con la distruzione di Motya e con la sconfitta dei Cartaginesi. Nel 278 a.C. Pirro, re dell’Epiro, riuscì ad espugnare la fortezza ericina. Erice venne così a far parte del suo poco duraturo regno ellenistico, ma ritornò ai Cartaginesi dopo la sconfitta di Benevento. Durante la prima guerra punica Erice assunse un posto di primo piano: in mano ai Cartaginesi che si accanivano contro i Romani quasi vincitori, essa rappresentò un ostacolo non indifferente per la definitiva vittoria di questi ultimi. Nell’ultimo periodo della guerra l’azione militare, spostatasi da Lilibeo a Drepano, ebbe come teatro i fianchi del monte, sul quale l’esercito romano e quello cartaginese, guidato da Amilcare si trovarono nella strana reciproca situazione di assediati ed assedianti; l’acropoli ericina era tenuta infatti da un presidio romano inviatovi nel 248 dal console Giunio; Amilcare sorvegliava a vista i nemici asserragliati nell’acropoli e, nel suo campo fortificato sito nei pressi dell’attuale contrada di Chiaramosta, era a sua volta bloccato dall’esercito romano che controllava la strada congiungente Erice con Drepano. Tale singolare situazione ebbe termine solamente dopo la vittoria di Lutezio Catulo sulla flotta cartaginese (241 a.C.) in conseguenza della quale Amilcare dovette scendere a patti con i Romani. Caduta in possesso dei Romani, Erice decadde militarmente, avendo perduto ogni funzione difensiva in conseguenza dell’egemonia romana sul Mediterraneo e del graduale assoggettamento degli stati stranieri che vi avevano sbocco. Dopo avere raggiunto la massima prosperità, anche il vecchio santuario cominciava a decadere e, quindi, anche la città che da esso aveva tratto vita. I Segestani, fratelli degli Ericini, avendo avuto in comune l’ origine elima, nel 25 d.c. si resero interpreti presso l’imperatore Tiberio della necessità di restaurare il tempio ormai cadente. Gli augusti discendenti di Venere ordinarono i lavori necessari a spese dell’erario romano. Dopo una luna parentesi temporale la storia tornò a parlare nuovamente di Erice con la dominazione araba, durante la quale il nome di Erice divenne Gegel-el Hamid. Nel primo periodo di tale dominazione le numerose contrade del territorio conobbero floridità e benessere, mentre Erice, abbandonata, languiva. Nel suo “Sollazzo per chi si diletta a girare il mondo” Edrisi (1100-1166) ci parla di una “ … montagna enorme, di superba cima e di alti pinnacoli, difendevole, ripida… al sommo di essa stendesi un territorio pianeggiante da seminare, abbonda l’acqua. Havvi una fortezza che non si custodisce, né alcuno vi bada…” Le cose dovevano mutare presto se, pochi anni dopo, Ibn Gubayr (1145-1217), altro geografo arabo che giunse in Sicilia durante lo dominazione normanna, scriveva. “… presso l’istmo di Trapani si eleva una montagna grande, assai distesa ed alta, sormontata da un picco che si innalza dalla sommità della montagna. I Rumi occupano su questa fortezza un picco riunito alla montagna da un ponte e posseggono una città considerevole sulla stessa montagna. Si dice che le donne di questo paese siano le più belle dell’isola: Che Dio le faccia diventare schiave dei Musulmani! Essa (la città) si chiana Gebel-Hamid e non è acessibile cha da un lato soltanto, ciò fa pensare che la conquista della Sicilia dipenda da questa montagna. Infatti i cristiani non vi lasciano salire i Musulmani. Per la stessa ragione l’hanno munita di una eccelsa fortezza ed al più piccolo rumore vi rinchiuderebbero le loro donne e taglierebbero il ponte..” Il motivo di questo repentino mutamento delle condizioni di Erice, va ricercato nel nuovo mutamento di dominazione. Infatti dopo i Vandali, i Bizantini e gli Arabi, quando la posizione di Erice fu marginale, sotto i Normanni la cittadina rifiorì a nuova vita: anche in seguito alla politica africana da essi condotta contro i Musulmani, la vecchia fortezza assunse ancora il carattere di posto avanzato ed i Normanni la fortificarono potenziandone l’efficienza. Frattanto il nome di Erice mutò una seconda volta. E con il mutamento del vecchio nome, che richiamava il culto di venere Ericina, mutò anche l’oggetto della devozione del popolo. Erice normanna venne affidata alla tutela di San Giuliano e Monte San Giuliano fu chiamata. Il motivo di questa particolare devozione per il santo nordico appare chiaro nella leggenda che, dal Carvini, cronista ericino del 1600, viene narrata nei seguenti termini: “….l’anno 1076, Giordano, figlio del conte Ruggero, assediò i saraceni che s’erano fortificati sul Monte, accampandosi in un luogo che sin’ora si chiama il seggio che vuol dire l’assedio e per le orazioni e voti che si facevano, ecco che nel fare dell’alba nella cima e parte più eminente del Monte comparve un cavaliere armato alla leggera su un cavallo bianco con mantello rosso con falcone in pugno, il quale scappellato il falcone fugava e faceva uscire dalle case co’ cani i saraceni tutti i quali vedendosi assaliti nel mezzo della città così all’improvviso perché non per virtù divina , lasciate le armi stupefatti se ne fuggirono abbandonando la città perché non avevano ardire di resistere alla fierezza e latrato dei cani, alla rapacità del falcone e al valore del cavaliero nell’aria siccome allora quei mori visibilmente videro e poi confessarono pertanto fu creduto dal Conte Ruggero che quel santo che apparve fosse stato San Giuliano cavaliero: e perché costumavano che dove ottenevano notabile vittoria là drizzavano un tempio a nome di quel santo che loro s’era mostrato propizio…il Conte Ruggero…. ordinò che nelle cancellerie e suoi archivi il Monte Erice si chiamasse Monte di San Giuliano, e volse che nel vertice del Monte dove apparve il santo si fabbricasse la sua chiesa che fu la prima cattolica…” Dobbiamo qui dire che – come osservato da Giuseppe Pagoto – né il Malaterra, né alcun altro cronista della gesta normanne in Sicilia accennano, sia pure sommariamente, ad un assedio di Erice, né tanto meno al fatto miracoloso cui la leggenda riportata attribuisce la ragione del mutamento del nome della città. Ci troviamo, infatti, dinanzi ad una elaborazione posteriore – probabilmente effettuata nel XVII secolo – che ha, però, confuso il San Giuliano Ospedaliero, protettore dei viaggiatori e dei navigatori, a cui era stato da tempo dedicato un culto specialissimo, con il Santo Giuliano cavaliere il cui culto appare di importanza posteriore. Che l’antica Erice, prima ancora dell’avvento dei Normanni in Sicilia, fosse già stata dedicata a San Giuliano Ospedaliero, sembra, in sostanza, assai probabile. I ministri di culto cristiano, qui, si erano trovati dinanzi a tutta una millenaria tradizione pagana da svellere. Persistevano, infatti, superstizione e pratiche rituali in onore della stessa divinità cui gli antichi marinai, sotto l’invocazione di “Euploia”, avevano affidato la protezione del canale di Sicilia. Assai vicina a questa realtà ci appare dunque, l’ipotesi che prima ancora del culto di Maria Assunta, il quale doveva trovare i suoi centri alle falde del Monte ed in Custonaci, si fosse proposta alla pietà ed alla fede del popolo la figura del Santo Ospedaliero già prescelto dai cristiani – come sopra detto – a protettore di chi si trovasse in viaggio. Periodi prosperi furono quelli delle successive dominazioni: sveva, angioina ed aragonese. A quest’ultimo periodo risale l’edificazione della chiesa Madre, ordinata da Federico d’Aragona che soggiornò in Erice durante la guerra del Vespro. Oltre che la rinnovata funzione strategica, anche la ripresa economica diede nuova prosperità all’antica cittadina, divenuta capoluogo di un grosso comune agricolo. La sua prosperità economica ci viene dimostrata dal Registro del notaio ericino Giovanni Majorana. Sotto gli Svevi, poi, Erice si era arricchito di un nuovo territorio che si estese fino ad includere il feudo di Scopello, vicino Castellammare del Golfo. Erice fu anche teatro di scontri derivanti dalle lotte per la successione di Federico di Svevia al trono di Sicilia. Essa fu ribelle a Manfredi (insieme ad altre città demaniali, fra le quali anche Trapani) istigata da un cortigiano di alto rango, il tedesco Gabano. Federico Maletta, inviato da Manfredi in Sicilia per ridurre l’isola all’obbedienza, fu ucciso da Gabano, proprio alle falde del Monte, nell’attuale contrada di Argenteria. Lo zio di Manfredi, conte Federico Lancia, accorso contro i ribelli asserragliati fra le mura della città, riuscì ad occuparla nottetempo, catturò Gabano e gli altri capi e li impiccò, immediatamente e la stessa notte, nella piazza della “loggia”. La ribellione degli Ericini fu così soffocata. Nel 1314, nelle ultime stanche fasi della Guerra del Vespro, che si protraeva dal 1282, gli Ericini, fedeli agli Aragonesi, aiutarono validamente Re Federico III, che durante l’assedio di Trapani dal mare condotto da Roberto d’Angiò, dimorò a lungo in Erice. I capi dell’esercito Angioino, sconfitto alla Falconara, furono rinchiusi nella fortezza ericine. Un nuovo periodo di decadenza ebbe inizio per Erice allorché si diffusero le moderne artiglierie. L’inespugnabilità della fortezza venne a cessare dinanzi alle nuove armi, e del resto gli avvenimenti che si susseguivano andavano ponendo in secondo piano l’importanza strategica di Erice Nel 1407 Re Alfonso, per premiare l’attaccamento del paese alla Corona e per i servizi resi dal popolo anche con contribuzioni in denaro, decretò che Erice non potesse vendersi né disgregarsi dal regio Demanio, anche se impellenti future necessità lo avessero reso necessario. Gli ericini ebbero concesse altre notevoli libertà demaniali di cui erano sommamente gelosi. Quando nel 1555, nonostante il privilegio di Re Alfonso, Carlo V cercò di vendere Erice per 4.000 scudi, motivando tal decisione con la necessità di creare un fondo per la fortificazione delle coste battute dai pirati barbareschi, il popolo ericino non esitò a riscattarsi pur di mantenere alla città la prerogativa ed i privilegi di “Terra Regia”. Questo atto venne premiato dal Re con la concessione ad Erice di fregiarsi dell’appellativo di “Excelsa Civitas”. Ma nonostante tutto ciò la libertà degli Ericini corse pericolo ancora nel 1647, quando il Governo spagnolo l’aveva già venduta, col “mero e misto impero”, al mercante fiorentino Pandolfo Malagonelli. Anche questa volta si riscattò versando nelle casse dell’erario spagnolo la somma enorme di 14.000 scudi d’oro. In ricompensa ebbe il titolo di “Fidelisima”. Dal sec. XV al XVIII la vita sociale ed economica di Erice non fu diversa da quella delle piccole e medie città siciliane. Nel 1798 la popolazione, prevalentemente concentrata nella città, essendo ancora la pianura esposta a scorribande piratesche ed, in genere, poco sicura, era di 8.172 anime. Il territorio, di circa 53.634 ettari, era coltivato a frumento (26.512ha.), oliveti (700 ha.) orti e giardini (21 ha.), vigneti (366 ha.), sommaccheti (370 ha.); 25.000 ettari erano tenuti sotto pascolo di numerosi e pingui armenti. La produzione agricola e pastorizia era fonte di notevole ricchezza, buona parte della quale confluiva nel capoluogo, unico centro abitato. Circolava, sia pure irregolarmente distribuito, notevole benessere finanziario, che consentì l’edificazione o l’ampliamento di numerose chiese, l’attività di diversi ordini monastici, il consolidamento e lo sviluppo di una numerosa e dinamica classe artigianale, la presenza del clero e professionisti colti e numerosi e, dal punto di vista delle usanze e vita religiosa (gli unici momenti di aggregazione e di colloquio e di incontro sociale), la celebrazione festosa delle numerose ricorrenze religiose nel corso dell’anno. Quanto alla vita culturale, essa ebbe momenti particolarmente rilevanti per l’opera e lo studio di numerosi storici e letterati, religiosi e laici. Nel 1806 la Città ottenne l’ultimo privilegio: Ferdinando di Borbone accordò ai suoi decurioni il titolo di Senatori e l’onore della toga. Nel 1816, con la creazione del regno delle due Sicilie e la conseguente riforma amministrativa che sanciva la fine dell’antico ordinamento feudale e la costituzione di uno Stato moderno a potere accentrato, Erice perdeva i suoi antichi privilegi e veniva inquadrata nel ruolo di capocircondario di seconda classe. Con tale riforma Trapani diveniva Città capo-valle, sede dell’Intendente Regio, il quale aveva il controllo sugli atti degli amministratori dei Comuni. Ciò fu, per la gelosa borghesia ericina, che considerò la città come assoggettata a Trapani, l’eterna rivale nelle secolari questioni campanilistiche, causa di non pochi malumori. Tali malumori, peraltro, si assommavano con quelli che si erano già creati fin dal 1795, quando il governo borbonico aveva ordinato l’enfiteusi delle terre comunali, togliendo al monopolio di poche famiglie la conduzione di tali terre e favorendo il sorgere dei centri abitati di San Vito Lo Capo e di Custonaci. A tale malumore faceva riscontro quello della massa popolare, ben diversamente motivato, rivolto contro la preponderanza delle oligarchie che reggevano il Comune e che maturò in un clima saturo di tensione sociale. I liberali polarizzarono una parte, quella democratica, di tale tensione. Capo di un movimento di opinione e di azione fu Giuseppe Coppola, patrizio ericino perseguitato dalla polizia borbonica, attorno al quale si coalizzarono diversi esponenti del liberalismo ericino, fra i quali Camillo, Rocco ed Antonino La Russa, Ugo Antonino Amico, Giovanni Hernandez ed altri i quali, sotto la spinta del Coppola, si organizzarono in squadre armate immediatamente dopo lo sbarco a Marsala dei “Mille” (11 maggio 1860). Alla vigilia della battaglia di Calatafimi il Coppola condusse 940 uomini, dei quali 80 a cavallo, a rinforzare le forze garibaldine insieme con l’apporto degli Alcamesi e dei Castelvetranesi . Tali rinforzi, persuasero il Condottiero ad affrontare le truppe borboniche sulle alture di Pianto Romano. Nell’ordinamento del nuovo Stato unitario, la città mantenne l’antico ruolo di capoluogo del Comune, che rivestiva dai tempi di Guglielmo il Buono (1166-1189). Il territorio mantenne quasi integralmente l’estensione dell’epoca dei re normanni, di quasi quarantamila ettari, e fu uno dei più grandi comuni dell’isola. Nel 1934, anno dell’ultimo censimento dell’anteguerra, esso contava globalmente 35.00 abitanti, di cui soltanto 3.000 nel capoluogo. La maggior parte della popolazione risiedeva stabilmente ormai nelle numerose case sparse e nei sobborghi facenti capo a quelle che erano le principali frazioni: San Vito Lo Capo, Custonaci, Buseto Palizzolo e Paparella San Marco (Valderice). Territorio agro-pastorale, floride in esso erano la zootecnia e la pastorizia famose fin dall’antichità per i loro prodotti specialmente caseari. Abbondante la pesca del tonno, praticata nelle tonnare di San Vito Lo Capo e di Bonagia. Cave di marmo assai pregiato a Custonaci, Capo San Vito, Pietra incarnata e lungo le pendici del monte Erice. Marmi provenienti da questa cave furono adoperate per dimore signorili e chiese di Erice, Trapani, Palermo (Casa Professa, Palazzo Butera), a Roma (sacrestia di San Pietro) e nel palazzo reale di Caserta. Le condizioni generali di sicurezza di vita e di più agevoli traffici per il territorio, lo sviluppo e la specializzazione delle colture agricole richiedenti una più assidua presenza sul posto di ogni coltivatore o piccolo proprietario, l’intensificarsi degli scambi e dei commerci e lo stesso incremento demografico, crearono le premesse per il graduale spopolamento del capoluogo a vantaggio delle frazioni, fino a costituire esse ormai centri residenziali di notevole consistenza. L’antico ruolo di capoluogo amministrativo e residenziale di Erice si venne attenuando con la concessione delle sollecitate autonomie da parte dei primi Governi della Regione Siciliana: La prima frazione eretta a Comune autonomo fu Custonaci nel 1952 ed infine Paparella San Marco (Valderice) nel 1955. Così Erice, all’antico e ormai superato ruolo di capoluogo di comune ha sostituito quello di centro turistico e residenziale e, specialmente per la presenza della prestigiosa fondazione “Ettore Majorana” quello di centro di cultura di rinomanza internazionale.
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