Il viaggiatore e storiografo arabo Edrisi nel suo "Libro di Ruggero" descrisse Erice come "una montagna enorme" sulla quale si trovava "una fortezza che non si custodisce, nè alcun vi bada". In effetti, all’inizio del secondo millennio, quello che era stato un tempio noto in tutto il Mediterraneo meta di tanti viaggiatori e pellegrini era, pare, ormai un solitario edificio abbandonato dagli uomini e dalla dea ivi adorata per secoli. Oggi, nonostante gli inevitabili mutamenti e le modifiche apportate in epoca recente il Castello, muto testimone di tanti avvenimenti verificatisi nel lento trascorrere del tempo, conserva un aspetto che attrae e catalizza l’attenzione anche del visitatore più distratto. Ricostruito nel XII sec. dai Normanni sui fatiscenti edifici del tempio della dea Venere, esso si erge sulla medesima rupe cilindrica tanto famosa nell’antichità e grazie all’intervento dei nuovi dominatori ebbe in epoca medievale una certa importanza essendo uno dei capisaldi dell’isola nel loro piano di difesa predisposto per il territorio. Da questa epoca il castello, divenuto dunque baluardo militare, ha una storia che coincide perfettamente con quella del centro abitato; la sua decadenza definitiva coincide con l’introduzione delle artiglierie; fu adibito poi a sede della Regia Amministrazione e fino ai primi del novecento a carcere. In passato un ponte levatoio, sostituito in seguito da un viadotto gradinato, lo congiungeva al piano circostante su cui si eleveranno le opere avanzate della fortezza costituite da tre torri congiunte da due cortine merlate che di recente sono state trasformate in una elegante struttura ricettiva dai discendenti del trapanese barone Agostino Sieri-Pepoli il quale nella seconda metà del XIX sec. ebbe concessa dal Comune la struttura e ricostruì la torre pentagonale distrutta nei secoli precedenti. Fu sempre il Pepoli che, allo scopo di permettere l’accesso al castello, spostò all’indietro la cortina occidentale delle torri. Per quanto riguarda l’originario tempio, gli scavi del 1932 hanno dimostrato che esso era di modeste proporzioni e che occupava solo una parte della spianata rocciosa. Durante gli stessi scavi, venne scoperto un tratto di pavimento in mosaico, oggi scomparso. Stando ai cronisti del 1600, gli avanzi del tempio dovevano esser ancora visibili nel XVI sec. e si registravano ancora pellegrini in visita al sito. Quel poco che oggi rimane dell’antichissima costruzione è costituito in gran parte da frammenti architettonici reimpiegati ed inglobati nella ricostruzione medievale. Nella quale essi erano stati reimpiegati. Nel piazzale interno del castello sono visibili tamburi di colonne ioniche, frammenti di fregio, elementi decorativi vari, di ordine dorico. Quasi tutti questi frammenti provengono dal rifacimento romano del tempio. Da notare il cosiddetto “Pozzo di Venere”, dagli antichi ritenuto piscina della dea ma che, molto probabilmente, fu un capace granaio.
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