Visibile fino al limite ultimo del vasto orizzonte circostante, la vetta più elevata del monte Erice era la prima terra siciliana che l’ardito navigante fenicio avvistava dopo la traversata del Canale di Sicilia. Se la cima del monte si mostrava chiaramente contornata dall’azzurro del cielo, era segno che si godeva del favore della divinità; se invece la vetta era nascosta da fitta nebbia, bisognava propiziarsi la dea sdegnata. Sulla rupe cilindrica dalle balze scoscese ed inaccessibili sull’area occupata oggi dal castello normanno, sorse il famosissimo tempio di Venere Ericina. La cima del monte solitario non poteva essere più adatta ad ospitare il culto della divinità che rappresentò la Natura fecondatrice. Consapevoli dell’importanza strategica della posizione del santuario, molti secoli prima di Cristo gli abitanti l’avevano fortificato in maniera da rendere pressoché impossibile l’espugnazione; l’intero contorno della rupe era stato circondato da un muro di conci ben squadrati. Di tale muro antichissimo rimane ancor oggi un breve tratto nell’insenatura orientale della roccia, chiamato tradizionalmente “Ponte di Dedalo”. Fortificato dalla natura e dalla mano dell’uomo, il santuario-fortezza divenne il centro religioso delle popolazioni elime, ed in seguito di quelle mediterranee: la sua importanza militare fu maggiormente valutata fin dal momento in cui fu necessario, da parte degli Elimi e dei Fenici-Cartaginesi, frenare l’espansione dei Greci in questo lembo della Sicilia occidentale. I Sicani erano satati gli iniziatori del culto naturalistico ed avevano innalzato sulla rupe più elevata una piccola ara, scoperta al cielo, nel centro di quello che fu il “thèmenos” il recinto sacro alla Dea. Gli Elimi ed i Fenici-cartaginesi accrebbero il fasto e la fama del santuario, che assunse importanza mediterranea. I Punici, anzi, identificando nella dea ericina la loro Astante, introdussero costumanze e riti tipicamente orientali, quali prostituzione sacra (già forse però introdotta dai Cretesi), il mantenimento di schiere di colombe, e tutta la complessa figurazione simbolica dei culti orientali. Il monte divenne la meta del marinaio fenicio e cartaginese prima, greco e romano poi; il santuario di Afrodite Euploia, alla cui protezione fu affidato il canale di Sicilia, fu arricchito considerevolmente ed il culto della dea si diffuse in molte sponde del bacino mediterraneo. Nel 415 a.c. i Segestani, che si erano rivolti ad Atene per chiedere alleanza contro i Selinuntini, mostrarono agli ambasciatori ateniesi il santuario ed il suo tesoro. Gli ospiti potevano così rendersi conto e della posizione strategica del sito e della ricchezza in esso conservata al sicuro: “i doni fatti alla Dea, le anfore, le coppe ed altre ricche masserizie…” (Tucidide). Le feste in onore della Dea, celebrate dalle ierodule ad essa votate, assunsero un carattere sempre più importante per la grande folla di ogni razza e di ogni lingua che periodicamente richiamavano. Come l’ariete, simbolo della fecondità, la colomba era sacra a Venere. Grandi schiere di colombe, allevate nel recinto sacra del tempio, volavano per tutto l’anno intorno alle mura di esso e quando, verso la metà del mese di agosto, esse si allontanavano veloci (verso la Libia, secondo la credenza; verso la Colombaia di Trapani, secondo una probabile ipotesi), avevano inizio le feste Anagogie, che segnavano la fine dell’anno rituale. Durante i giorni di assenza delle colombe il tempio veniva ornato a festa in attesa del loro ritorno, che avveniva puntualmente a nove giorni dalla partenza; le candide volatili allora, guidate da una loro consimile dalle penne rosse (Venere) si posavano svolazzando sulle alture del tempio. Cominciavano allora i riti delle Katagogie, che avevano come cornice l’incanto della natura, l’aria profumata dagli aromi di incensi, il tubare delle colombe che, ancor oggi, forse superstiti discendenti di quelle sacre alla dea, si vedono talvolta sfrecciare attorno alle mura merlate del castello. Dopo che Roma ebbe piegata Cartagine, il tempio della Dea, che l’antichissima tradizione voleva fondato da Erice, figlio di Bute e di Venere, fu oggetto di particolare cura da parte dei Romani. Il culto di Venere già diffuso a Sicca Veneria, Cagliari, Clupea, Portus Veneris, Lerici ed in altre città del mediterraneo, venne introdotto anche in Roma; sul colle Capitolino, dietro proposta di Quinto Fabio Massimo, venne innalzato, durante la seconda guerra punica, un tempietto in suo onore e nel 181 a.c. alla stessa dea venne dedicato un tempio di più vaste dimensioni nelle vicinanze di Porta Collina. In questo tempio, pure nel mezzo di Agosto, venivano luogo le feste in onore di venere. Marcello, console, vi trasportò da erice il trono e la statua della Dea cui Orazio diede appellativo di “Erycina ridens”. La politica di Roma, di assimilazione e di protezione dei culti dei popoli ridotti sotto il suo dominio, indusse poi il Senato a decretare di porre a guardia del santuario e del suo tesoro una guarnigione di 200 soldati (i Venerei) e di disporre che le diciassette città più fedeli dell’isola contribuissero annualmente al mantenimento del culto. A favorire Erice per tale condizione privilegiata concorse indubbiamente il ricordo della mitica epopea delle peregrinazioni dei Troiani, dopo la distruzione della città da parte degli Achei, per il Mediterraneo, tramandato da poeti e storici dell’età ellenistica, raccolto e narrato da Virgilio nell’Eneide, che nel III e V libro ha Erice ed il suo territorio come teatro d’azione. Da questo mito derivano una affinità, una parentela fra Ericini e Romani. Per esso. Erice e Roma vantavano una origine comune; l’eroe toponimo della città, Erice, era figlio di Venere come Enea, progenitore della stirpe latina, sorella quindi di quella elima. Date tali condizioni estremamente favorevoli, divenuto quasi centro di un culto di stato, il tempio conobbe il suo massimo splendore. Erice fu metà di governatori e magistrati che, deposta la loro austerità, sacrificavano alla Dea e gareggiavano nell’arricchire il tesoro del tempio con nuovi doni; lo stesso Verre, dal canto suo offrì a Venere Ericina una statua argentea di Cupido (rubata a Stenio termitano). La cura del tempio di Venere spettò al questore di Lilibeo. Il Mommsen ritenne addirittura che il questore della Sicilia Occidentale risiedesse in Erice. Sebbene tale congettura non sia confortata da prove sufficienti, è certo che il questore di Lilibeo avesse l’obbligo di risiedere in Erice buona parte dell’anno. Fiorentissimo nel 75 a.c., periodo in cui Cicerone tenne la questura di Lilibeo, il tempio decadde rapidamente nell’epoca successiva per il ridursi del traffico marinaro e per l’evoluzione economica dell’isola. Nel 25 d.c. i Segestani chiesero il restauro del tempio, cadente e “vestustate collapsum”, a Tiberio prima ed a Claudio poi, il quale fece compiere i necessari lavori a spese dell’erario romano. Dopo tale testimonianza, di Tacito, non abbiamo altro notizia del tempio. Menomata già nella sua funzione di centro militare, l’acropoli ericina, sede di una religione debellata dal cristianesimo, a poco a poco fu abbandonato.
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